La Luna era russa

L'Unità con la notizia dell'allunaggio del Lunik II

“Raggiunta la Luna!” A proclamarlo per primi non furono gli americani. Ma i sovietici. E con dieci anni di anticipo. Il titolo sull’Unità, con il clamoroso annuncio, apparve nelle edicole italiane il 14 settembre 1959. Un’impresa alla quale il vicepresidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, non volle ammettere fosse vera. Ma che divenne, pian piano, sempre più verisimile. Proprio come l’osservazione del polverone sollevato dall’allunaggio ai margini dei mari della Tranquillità, della Serenità e dei Vapori, compiuta da un astronomo ungherese, Miklos Lovas, del Konkoly Observatory di Budapest. Oppure come le rilevazioni fatte dall’Osservatorio Jodrell Bank, nel Regno Unito.

La sonda Lunik II – controllata a distanza da un centro di comando in Unione sovietica – era arrivata la notte prima sulla Luna. Non si era posata dolcemente, ma si era deliberatamente schiantata. Erano le 22,02, ora italiana. Due minuti prima del previsto, enfatizzò l’Unità. Ed era anche un decennio prima della missione statunitense che il 20 luglio 1969 avrebbe portato Neil Armstrong e Buzz Aldrin sul suolo lunare.

Il 13 settembre 1959 fu dunque l’Unione sovietica ad approdare per prima sulla Luna. Non gli Stati Uniti. E fu in quello stesso 1959 che, secondo il Sabatini Coletti, entrò nel vocabolario italiano la parola “allunaggio”. La parole sono pietre, a volte miliari.

Come per altre vicende spaziali, la storia dell’uomo sulla Luna – almeno dal punto di vista dell’opinione pubblica – inizia dunque con l’Urss. E dopo il primo passo del 1969, quello sì a stelle e strisce, ancora una volta i sovietici porteranno proprio sulla Luna il primo robot rover di tutti i tempi su un corpo celeste, il Lunochod. Ma fu l’ultimo primato con la bandiera rossa. Il successivo rover sarà americano, il Sojourner. Sebbene nel 1997. Anche se – e questo è sì un record storico statunitense – su Marte.

Il Lunik sulla Luna

Nel 1959 a raggiungere per primi il suolo lunare furono dunque i sovietici, dimostrando anche di saper centrare  – seppur al secondo tentativo – un bersaglio distante poco meno di 385 mila chilometri dalla Terra dopo 35 ore di volo. A esser pignoli, nessun cosmonauta sovietico, nel settembre del 1959, aveva messo piede sulla Luna. Ma ad arrivare sul satellite, a fine anni ‘50, scagliato da un “ordigno russo” – il T3, razzo vettore a tre stadi – fu il Lunik II, un apparecchio radiocomandato, pesante poco più di una tonnellata e con le insegne sovietiche. La storia sembrava prendere una direzione molto diversa da quella che avrebbero desiderato gli americani.

Una parte infrangibile della sonda conteneva una bandiera russa, che un comunicato ufficiale riferì essersi piantata sul suolo lunare insieme all’iscrizione: “L’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, settembre 1959”. La Pravda, i russi, non facevano altro che ripeterlo: la Luna era russa.  Dai giorni nei quali, tra l’estate e l’autunno del 1609, Galileo Galilei aveva visualizzato grazie al telescopio il reale aspetto della Luna, dopo 450 anni esatti, era divenuta realtà un’impresa fino ad allora solo fantasticata.

Comunque sia, in Italia la Rai non interruppe neppure le trasmissioni per dare la straordinaria notizia. Neanche i cinegiornali risulta abbiano riferito dell’impresa. La scarsa enfasi di quei giorni probabilmente ha pesato sulla memoria collettiva dell’evento. Eppure quel che seguì lo schianto del Lunik sulla Luna fu degno della propaganda utilizzata per le maggiori imprese di sempre.

Inno russo su Radio Mosca. Campane a distesa, Proclami trionfali di Krusciov. Propaganda filosovietica giubilante. L’Associazione metallurgica di Mosca accarezzò l’idea di una giornata annuale della scienza dedicata al Lunik. Migliaia di moscoviti seguirono l’evento nelle piazze, nei cinema, al planetario. La Luna era stata raggiunta. La gran parte degli scienziati del mondo si congratulò con l’Urss. La gente comune restò esterefatta, sebbene molti associarono l’iniziativa a una mossa propagandistica più che a un risultato tecnico scientifico.

I francesi, in un moto di insopprimibile grandeur, ricordarono di essere arrivati prima loro sulla Luna. Seppure con la fantasia di Jules Verne, autore nel 1865 di De la Terre à la Lune, trajet direct en 97 heures 20 minutes (Dalla Terra alla Luna). In Italia, per fortuna, nessuno ebbe l’idea di rivendicare primati tratti dall’immaginario. Se non altro perché, magari, l’ultimo italiano ad aver messo piede sulla Luna era stato Totò in compagnia di Ugo Tognazzi (Totò nella Luna, 1958, regia di Steno).

Non mancò comunque chi volle sottolineare il momento storico sulla stampa di sinistra. Né fu assente la previsione dell’imminente sbarco umano sul satellite satellite. “ “Ed ora l’Uomo” proclamò trionfante Paese Sera a caratteri cubitali.

«Un paio di lanci lunari come questo e saremo pronti per viaggi spaziali perfettamente sicuri» disse a Radio Mosca l’accademico sovietico Martinov, membro dell’Istituto di astronautica. Anzi, aggiunse, viaggi verso Marte e verso Venere sono già nei programmi sovietici.  Qualche giorno dopo l’allunaggio il direttore del Planetarium di Mosca, Viktor Bazykin, annunciò l’intenzione sovietica di stabilire sulla Luna una base “automatica”, destinata prima a stabilire le condizioni di vivibilità del satellite e quindi – eventualmente nel sottosuolo – a ospitare una colonia umana.

Le reazioni negli Stati Uniti

E gli americani? Il vicepresidente Richard Nixon, come si è visto, si era subito affrettato a sottolineare come non ci fossero certezze che il Lunik avesse raggiunto la Luna. E se mai l’avesse fatto, ciò sarebbe avvenuto solo al quarto tentativo, dopo tre andati a vuoto. Di certo il Lunik I era sfuggito al controllo sovietico finendo nell’orbita solare e venendo ironicamente ribattezzato Solik dal settimanale italiano “Epoca”.

Krusciov rispose a Nixon che del Lunik II un solo lancio non era andato in porto. E sfidò, con tono sarcastico, Nixon a confermare le affermazioni giurando sulla Bibbia. Come avrebbe fatto lui stesso.

La data del lancio a ottobre era giustificata, nelle spiegazioni ufficiali, dal fatto che la distanza tra la Terra e il suo satellite sarebbe stata minima in quei giorni. Non come il Lunik II che – anche se non era detto esplicitamente – appariva come un vistoso biglietto da visita del leader sovietico Krusciov in procinto di arrivare subito dopo, il 15 settembre, a Washington per una storica visita negli Stati Uniti.

Il 18 settembre, poi, sempre in quello che potrebbe sembrare l’affanno di rispondere allo smacco e nel giorno in cui era previsto che Krusciov parlasse all’Onu, i giornali riferirono che gli Usa avevano lanciato il Vanguard III per portare a otto i satelliti americani intorno al nostro pianeta. Contro il solo Sputnik 1 dei russi.

Sette uomini stanno per dare l’assalto al cielo titolava poi “Epoca” una paio di settimane dopo il successo del Lunik II. E quei magnifici sette erano gli astronauti della Operazione Mercury, quelli che per gli Usa sarebbero dovuti essere i primi uomini nello Spazio a partire dall’estate successiva e gli stessi che sarebbero dovuti salire a bordo della capsula vuota lanciata il 9 settembre 1959. Passò più di un anno. E  il 12 aprile 1961 il primo uomo nello Spazio fu Jurij Gagarin. Un sovietico.

Il fisico australiano Harrie Stewart Wilson Massey, presidente di una sottocommissione della Royal Society, nel settembre 1959 riferendosi al Lunik II aveva ammesso: «Questo successo dei russi rappresenta senza dubbio un grande passo in avanti». «Rimangono grossi ostacoli» proseguì. «Ma se il progresso  continua con lo stesso ritmo, credo che l’uomo potrà atterrare sulla Luna entro dieci anni. Gli americani non sono molto indietro. Forse, riguadagneranno il terreno perduto».

La notizia della sonda russa sulla Luna arrivò in Italia al congresso dei sociologi in corso in quei giorni a Stresa. Per il presidente dell’Associazione internazionale di sociologia Georges Philippe Friedmann era il “nuovo oppio del popolo”. Non solo in Russia, ma pure in America e nei paesi dove questi miti spaziali si stavano propagando.

La Luna è dei Sovietici?

Il primo allunaggio insinuò, anche tra gli italiani, un interrogativo. E cioè: la Luna, grazie alla sonda Lunik II, era entrata a far parte dell’Unione sovietica? A dare una risposta provò Alessandro Migliazza. Il professore di diritto internazionale dell’Università di Urbino escluse che gli atti simbolici, come quello compiuto con il Lunik II, fossero sufficienti a rivendicare un territorio. Sarebbe servito uno sbarco di esseri umani che vi avessero esercitato concretamente la sovranità. «Va da sé che non sussiste alcun limite, attualmente, a che altri Stati lancino missili sulla Luna o addirittura lancino apparecchi contenenti degli esseri umani».

Un ritaglio del Corriere della Sera del 20 settembre 1959.

Chi non prese affatto bene l’operazione russa fu un singolare personaggio americano, originario dell’Illinois. James T. Mangan, 62 anni, aveva distribuito a quella data 23 mila passaporti spaziali ad altrettanti “cittadini dell’universo”. Mangan il 20 dicembre 1948 aveva infatti fondato Celestia, la Nation of Celestial Space, che corrispondeva allo Spazio, considerandolo come una micronazione distinta da tutte le altre e per la quale pretendeva, come primo rappresentante, un seggio all’Onu.

Da Science Illustrated, maggio 1949, pagina 42.

Al di là della bizzarria di dichiararsi proprietario dello Spazio, lo scopo era nobile: proteggere lo Spazio dallo sfruttamento e dalla colonizzazione di questo o quel Paese. Poco importa che nel 1957 all’Onu vari stati, tra cui l’Italia, avevano proposto di riservare lo Spazio alla sola ricerca scientifica. James T. Mangan si sentiva il principale paladino della libertà e dei diritti dell’outer space, quello fuori dell’atmosfera terrestre.

«Senza aver ottenuto alcuna autorizzazione del sottoscritto – protestò Mangan – come un minimo di correttezza avrebbe richiesto, i russi minacciano di ‘rovinarmi’ la Luna. È noto che, con la proclamazione del 25 luglio 1958, io posi la Luna sotto la mia diretta protezione». Il satellite della Terra, a suo dire, comunque non era sovietico: «Un uomo che intende conquistare un territorio deve almeno toccarlo con le sue mani».

Di fronte a tanti timori – espressi anche nel corso di una conferenza stampa al National Press Club di Washington – Krusciov smentì di avere ogni pretesa di possesso russa sulla Luna. Se non altro perché – osservo con tono sarcastico – da comunista, era contrario per principio a ogni forma di proprietà privata.

Edoardo Poeta

Edoardo Poeta è giornalista dal 1989. Ha lavorato per Il Messaggero, Corriere dell’Umbria e uffici stampa. Tra i fondatori di 2L Italia, prima rivista italiana in/su Second Life, scrive di nuove tecnologie e comunicazione digitale. Laureato in Giurisprudenza, si è perfezionato in Scienze della comunicazione a La Sapienza. È tra gli autori di “Cittadinanzadigitale” (a cura di Luisanna Fiorini, 2009, Edizioni Junior). Nel 2014 ha pubblicato come ebook, per Falsopiano, la prima edizione de “Il futuro è sempre esistito”. Nel 2018 è uscita l'edizione cartacea e ampliata de "Il futuro è sempre esistito" (Edizioni Falsopiano).